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> stracci - di - memoria - appesi - al - filo - dell'Ironia

martedì, 14 agosto 2007

Musica > Recensione
 
Stateless – Stateless (!K7 2007)
 
L’inizio pianistico di Prism#1 ci introduce in un pezzo a metà strada tra qualche vecchio swing dei Christians e il mood esotico dei Jamiroquai. Assolutamente affascinante. Merito anche della voce dinamica di Chris James se il pezzo è un ricco antipasto della potenza cinetica sprigionata dagli Stateless, al loro esordio con questo disco omonimo; egli infatti è in grado di muoversi sulla scala delle tonalità con disinvoltura e rapidità davvero notevoli. Ecco dunque che le sezioni ritmiche e gli arrangiamenti vanno di pari passo (cioè spedito). Dimostrando così, ad esempio in Exit, di poter creare un agglomerato sonoro decisamente elevato rispetto agli ultimi ascolti. La matrice trip-hop di derivazione Massive Attack è l’eloquente piscina in cui la band riesce a nuotare con disinvoltura, a volte con perfetta eleganza e sincronia (Exit e Inscape) a volte con più rilassatezza e autocompiacimento (Down Here e Radiokiller). Tuttavia anche altri tratti contribuiscono a rendere questo disco un apparato ricco di classe e furbizia; dalle performance teatrali piano-chitarra dei Coldplay (Bloodstream e Running Out), alle sezioni orchestrali care ai primi Archive e le ritmiche stralunate degli Elbow (Prism#1), dall’apatismo cronico dei Radiohead alla perfezione degli arrangiamenti degli ultimi Depeche Mode; e poco importa se la voce di James in alcuni momenti sembra rubata a quella del compianto Jeff Buckley (Bluetrace), le sue doti canore oltrepassano qualsiasi paragone. Nel mezzo poi, un gioiello ritmico come Crash, un brano che sembra eseguito da Portishead e cantato dal più lucido dei Thom Yorke. E così si fa presto ad  arrivare alla fine, nonostante i 10 brani, tutti drasticamente in forma canzone. Una fine il cui epilogo è la cavalcata ossessiva della coda di Bluetrace, che sfocia nel brano di chiusura Inscape, una ballata elettronica falcidiata da formidabili echi meccanici e da riverberi synth-pop di rara bellezza, davvero straziante. Definirlo pop alternativo è assolutamente riduttivo e anche un po’ ingiusto. Abbiamo tra le mani (e ora nelle orecchie) uno dei dischi più belli del 2007, non solo da un punto di vista estetico e sonoro ma anche e soprattutto di idee. Senza le scritture non si va molto lontani e in questa annata troppi dischi hanno dimostrato la loro debolezza compositiva. Stateless ha i numeri per durare. Vedremo se a fine anno continuerà a piacermi e a mantenere la freschezza che ostenta in questi giorni, che forse, complice un’estate affatto calda, sembra indurmi a guardare con più ottimismo alla stagione autunnale lontana ma neanche tanto.
 
Track-list
 
01 – Prism#1
02 – Exit
03 – Bloodstream
04 – This Language
05 – Down Here
06 – Radiokiller
07 – Running Out
08 – Crash
09 – Bluetrace
10 – Inscape
 
Chris James (vocals, keyboards, guitars)
Kidkanevil (turntables, sampling, programming)
Justin Percival (bass, vocals)
David Levin (drums)
Rod Buchanan Dunlop (FX, programming, keyboards)

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categorie: recensioni musicali
martedì, 10 luglio 2007

Musica > Recensione 2007

 
Editors – An End Has A Start
 
Con una destrezza che lascia davvero di stucco, gli Editors si impongono all’attenzione (perlomeno la mia) con un disco straordinario, il loro secondo, An End Has A Start (Kitchenware). Dopo l’esordio di The Back Room del 2005, i 4 ragazzi di Birmingham evidentemente sentivano il bisogno di dare un senso alle loro seppur ancora brevi carriere. Tutti provenienti dall’Università di Stafford, i membri della band possiedono alcune caratteristiche peculiari che inducono la critica a considerarli la nuova realtà new-wave inglese, oltre che antagonisti dei newyorkesi Interpol. A cominciare dalla voce calda e drammatica di Tom Smith, decisamente somigliante a quella di Ian Curtis (Joy Division) e Richard Butler (The Psychedelic Furs), passando per la consistenza del bass-guitar e la ridondanza delle sezioni ritmiche di chiara estrazione The Cure primo periodo. Ed è proprio a queste storiche band che gli Editors sembrano “ispirarsi” riguardo soprattutto a testi e composizioni. Il pregio non da poco è che il gruppo non si rannicchia nella nostalgia dei tempi andati, almeno per ciò che riguarda la strumentalità dei pezzi; ecco perché An End Has A Start sembra funzionare fin dall’inizio e per tutta la sua durata. Come già successe nel 2006 per il caso Film School, la new-wave sembra avere degli spasmi di risveglio; in opere come questa non c’è mai l’idea del “già sentito” ma al contrario, si percepisce la sensazione del “perché non c’hanno pensato prima?”. Tom Smith è bravissimo a farsi carico delle responsabilità della band; grazie alla sua disinibita sensibilità, egli riesce già in Smokers Outside The Hospital Doors a far impallidire i fans di Chris Martin, tracciando una linea di tensione simile al giro di chitarra che la contraddistingue, calda e luminosa. Sbattuti dentro un mondo semi-nuovo, la title-track ci affascina, galoppante e incalzante con questa accoppiata basso-voce drasticamente Joy Division ma con una chiave melodica di elegante intelligenza; mentre la delicata sospensione di The Weight Of The World strapazza i cuori psichedelici “fursiani” dei fans di Butler e soci. E ancora schegge di David Bowie avvolgono Smith in Bones. Ma è soprattutto in pezzi come Push Your Head Towards The Air che si apprezza la farina del proprio sacco degli Editors, un brano in cui è possibile riascoltare almeno quindici anni di rock, compresi alcuni episodi apparentemente marginali ma in realtà fondamentali nell’economia del pezzo, quali le sezioni canore degli Elbow e le chitarre sfondate dei Sigur Ròs, la malinconica melodia dei Radiohead e le poetiche strutture pianistiche dei Coldplay. C’è tanto, tantissimo in questo disco ma nulla è scontato o fuori posto. Sono le composizioni originali e freschissime a far si che l’orecchiabilità dei pezzi non subisca il richiamo delle classifiche ma in qualche modo lo scansi per traguardi più nobili. L’oscurità dei testi presa in prestito ai Joy Division passa attraverso il bene sonoro dei Radiohead di The Bends. Caleidoscopio di spunti musicali alternati e alternativi, An End Has A Start possiede l’energia decisiva a far si che l’intero disco non subisca cali emotivi, tant’è che la chiusura di Well Word Hand, straziante e struggente connubio elettrica-piano, determina il definitivo successo di una band che si è appena affacciata alla finestra per vedere che tempo farà. E a giudicare da quanto stiamo ascoltando, oggi sembra proprio una gran bella giornata. Instancabile, apparentemente perfetto, questo disco è una delle migliori uscite del 2007.
 
Title-track
 
01 – Smokers Outside The Hospital Doors
02 – An End Has A Start
03 - The Weight of The World
04 – Bones
05 - When Anger Shows
06 - The Racing Rats
07 - Push Your Head Towards The Air
08 - Escape The Nest
09 – Spiders
10 - Well Word Hand
 
Tom Smith (voce e chitarra)
Chris Urbanowicz (chitarra)
Ed Lay (batteria)
Russel Leetch (basso)

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categorie: recensioni musicali
lunedì, 11 giugno 2007

Musica > Scheda
 
GodSpeed You Black Emperor!
 
I GodSpeed You Black Emperor! sono una delle band meno convenzionali che si possano annoverare nella scena rock moderna. Originari di Montreal, Quebec, i GYBE! (che poi nel corso della loro carriera sposteranno il punto esclamativo diventando GY!BE) nascono nel 1994 come gruppo “aperto” senza una line-up definitiva; questa attitudine “libera” all’approccio con la musica è in realtà una filosofia anarchica (Kanada) fortemente impegnata, facilmente riscontrabile sui package dei loro dischi, in cui un dichiarato anti-americanismo si fonde con la ricerca di una totale estraneazione da qualsiasi gerarchia sociale. Le linee guida della loro proposta strumentale sono fondamentalmente quelle sinfoniche; essi diventano, nel corso degli anni, una formidabile orchestra dedita all’esecuzione di scritture dal sapore apocalittico, intrise di malinconia e paatos, contraddistinte da un senso di disagio, di protesta e repulsione nei confronti del mondo e dei media; ogni “movimento” sonoro racconta ciò che le parole qui non possono esprimere, costringendo l’ascoltatore a lunghi ed impegnativi esercizi di assimilazione, talvolta così alienanti da non riuscire a sopportarne il peso emotivo. Anche se all’interno dei brani trovano spazio un po’ tutti gli strumenti, la sezione elettrica riveste un ruolo fondamentale; l’uso dei delay e degli arpeggi, a volte ripetuti all’infinito, descrive un processo quasi sempre armonico, lontano dai feedback di June of ’44 o Slint o dal noise nevrotico dei Mogwai; più vicino invece alla calma insofferenza dei Labradford o dei Dirty Three. Diciamo subito due cose: la musica dei GYBE! non è per tutti, questo lo si capisce anche solo dando un’occhiata ai minutaggi mostruosi dei pezzi; paradossalmente però, questo li rende assolutamente d’elitè, tant’è che i loro dischi sono introvabili se non in rete. Grazie al secondo lavoro F#A# Infinity (1997, Constellation Record/Kranky), i GYBE! attirano l’attenzione della critica, ottenendo forse quello che non avrebbero mai voluto, ovvero la popolarità. La verità è che F#A# Infinity è un disco bellissimo, composto da soli tre pezzi ma assolutamente innovativo, progressive nei metodi ma punk nei contenuti, d’avanguardia negli intenti e puramente post allo stato dei fatti. La band dà il passo, traccia una linea dietro la quale il “resto” è confinato; proprio ispirandosi ad uno stile di vita anarchico, i GodSpeed You Black Emperor! rigettano gli archetipi del mercato, scacciando qualsiasi tentativo di definizione o catalogazione, /”…Non ci sentiamo parte di nessuna comunità musicale, nemmeno di una strumentale. Anzi riteniamo preoccupante che parecchi gruppi possano apparire simili a noi…”/. Sono molte infatti le band che prendono spunto dai GYBE! che ben presto fanno tendenza; anche se con tratti somatici alquanto differenti, realtà come gli scozzesi Mogwai e i nipponici Mono sembrano (anzi sono) decisamente influenzate. Nel 1999 esce Slow Riot For New Zero Kanada, ancora più impegnato del precedente: due soli pezzi; il primo, Moya, è un affascinante incipit sinfonico caratterizzato da una sezione d’archi simile a un vero e proprio lamento, che progressivamente apre le sue elettriche spire, per poi evolvere in autentiche sciabordate armoniche di potenza devastante. Potenza che trova compimenti in Blaise Baylei Finnegan III; un’opera orchestrale di indubbio valore artistico, in cui due mondi completamente opposti (quello iper-consumistico dell’America di oggi e quello nichilista dei GYBE!) collassano drasticamente, generando ondate di magma sonoro senza precedenti, fino all’implosione definitiva. Slow Riot è un altro passaggio fondamentale nella carriera dei kanadesi che, con questo disco, entrano di diritto nell’olimpo del post-rock. Nonostante questo, nemmeno un anno dopo partoriscono lo splendido e difficile Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven (alza i tuoi pugni come antenne nel cielo), un vero e proprio manfesto concettuale, un lavoro frastagliato, 4 suite ognuna fatta di diversi momenti e situazioni, in cui l’esposizione orchestrale del gruppo subisce una serie di smembramenti e riassemblamenti terribilmente spietati; l’alternanza di continui stati d’animo rende l’ascolto simile ad una lunghissima apnea. Il rock apocalittico da scenari post-bellici dei GYBE! è smisurato, sismico e imprevedibile. Per certi versi, questo risulterà il disco più personale dei GYBE!, l’album in cui la band probabilmente si è esposta di più dal punto di vista tecnico, sottostando quasi a quella forma iper-estesa a cui essa stessa si è plasmata, a quelle regole – seppur elastiche – entro le quali ora doversi muovere per dare senso ad un progetto che non risulti stucchevole, visto anche il fattore strumentale imprescindibile. Ciò che traspare da queste opere sinfoniche è la disperazione e la rabbia di chi non accetta il sistema; atteggiamenti che quasi sempre (vedi ad esempio i fatti drammatici del G8) sfociano in violenza urbana contro la proprietà privata, contro le leggi, contro il preordinato (in primis quello americano) che risponde con la repressione a chi, verso queste rigidità, tenta di opporsi. I GodSpeed You Black Emperor! diventano delle icone di protesta, la loro musica (per quanto improponibile alle radio) fa il giro del mondo e dà forza ai movimenti anarchici noglobal. Il mito procede parallelo alla fama: tra tour lunghissimi e debolezze da progetti paralleli (praticamente infiniti, tra cui A Silver Mt. Zion) i GYBE! riescono a tornare sugli scaffali due anni dopo, segno che anche un gruppo totalmente folle come questo non può sfuggire a dei passaggi obbligati quasi sempre imposti dal mercato discografico. Yanqui U.X.O. , esce per Constellation Records nel 2002. Un disco pazzesco, a cominciare dal titolo: Yanqui (Yankee?): Oggetti (Objects) Non Esplosi (UneXplosed); il disco (ma è un mio personalissimo giudizio) più riuscito e bello esteticamente dei GYBE! perché nella sua pur continuata pazzia strumentale, riesce ad emozionare anche chi ha poco da spartire con un rock di questo genere. I 5 pezzi che lo compongono tendono a darsi una linea più “comprensibile”, alternando fasi decisamente meno caotiche ma più progressive (progressive?) destinate a lasciare un ricordo maggiormente chiaro nell’immaginario dell’ascoltatore, quasi a voler tendere la mano a chi, per una ragione o per l’altra, non è mai riuscito a comprendere l’oscurità e la malinconia che circonda l’esistenza dei GYBE!. Una chiave universale da utilizzare nei momenti in cui ci si sente persi, in cui i nostri principi morali tentennano, la nostra fede in Dio si indebolisce, le nostre scurezze vacillano. Nonostante l’attenzione con cui la band sembra dedicarsi alle scritture, un grande lavoro viene dedicato al messaggio, al concetto. All’interno dell’album viene esposto un vero e proprio vademecum di rivolta, in cui si esorta a boicottare le grandi multinazionali americane poiché colpevoli di favorire una politica massimalista e guerrafondaia. I GYBE! (ormai è evidente) non si accontentano più di suonare; in realtà, forse non hanno mai fatto soltanto questo. Temo che la nostra comprensione di tale aspetto della politica sia stata resa possobile soltanto ora che i GYBE! sono diventati “umani” alle nostre orecchie. Paradossalmente, nel momento in cui ce n’era meno bisogno. Forse è per questo che in parecchi hanno storto il naso difronte a tanta schiettezza, cascando nel tranello (certamente voluto) di dare meno importanza all’aspetto musicale. Il disco viene spesso censurato, soprattutto negli USA, per il suo aspetto provocatorio; eppure rimane un posto sonoro splendido in cui perdersi e ritrovarsi. Un rifugio, almeno per me, dove confrontarsi con le proprie paure; un disco in cui la musica ha un effetto destabilizzante, conduce in luoghi affascinanti ed oscuri, facendo perdere di vista il senso della felicità, del dolore, della solitudine. Un brano come Motherfucher=redeemer (part 2) può considerarsi semplicemente perfetto; un sogno allucinante e folgorante ad occhi aperti, un continuo cesellare di solchi emotivi, un crescere tensivo epico, che arriva alla trasposizione finale con talmente tanta rabbia in corpo da aver voglia di piangere; un’opera artistica concepita inglobando al suo interno tutti gli elementi primari, perfettamente assemblati tra loro. E una immensa esplosione finale. Inevitabile. Dopo tanta meraviglia, il progetto si sgretola in mille altre idee, i GYBE! perdono senso più per forza d’inerzia che per una moda che passa. Ad oggi il gruppo è ufficialmente sciolto. Ciò che rimane è una discografia irrinunciabile e la sensazione di qualcosa che sia accaduto all’interno del pianeta post-rock; come se un ingranaggio si fosse bloccato ed avesse innescato una serie di reazioni a catena, fino a provocare un cataclisma sociale. I GodSpeed You Black Emperor! sono e rimangono una band fondamentale, paragonabile per importanza ai Pink Floyd, poiché come Waters e soci, sono stati i primi e gli unici a spingersi oltre certi limiti della comprensione e donandoci dischi simili a monumenti invincibili al tempo.

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venerdì, 08 giugno 2007

Musica > Recensione 2007
 
Rhys Chatham – A Crimson Grail
 
Mi ero quasi rassegnato a oltrepassare metà 2007 tirando le somme di un semestre sonnacchioso sonoramente parlando. Fortunatamente la musica è una delle poche cose giuste della vita e quel che toglie restituisce, sempre. Rhys Chatham è un artista di livello assoluto. Studioso e teorico oltre che compositore e multi-strumentalista, in cinquant’anni di vita (classe 1952) ha approfondito le proprie conoscienze, spaziando dalla tromba (di sé scrive che “…stavo perdendo l’orecchio a suonare sempre e solo la chitarra elettrica…”) alla musica elettronica, diventando successivamente un maestro della sinfonia per chitarre multiple basata sulla regola delle serie armoniche. Nel 1989 Chatham compone An Angel Moves Too Fast To See,  una partitura per 100 chitarre elettriche che lo porta in tour in tutto il mondo per oltre 15 anni, finchè, nel 2005, il comune di Parigi non gli commissiona una nuova partitura in vista della Notte Bianca del 2006. Chatham compone A Crimson Grail Moves Too Fast To See, un lavoro di portata inimmaginabile, principalmente per il fatto di non riuscire a vederne la grandezza. Perché solo pensare a 400 (!!!) chitarre elettriche disposte davanti alla Basilica del Sacro Cuore di Montmatre, vengono francamente i brividi. Uno spettacolo al quale hanno partecipato diecimila, fortunati, invidiati (ed immagino) estasiati spettatori/ascoltatori. A Crimson Grail contiene tre movimenti della durata totale di 54 minuti circa, un’estrapolazione di quell’evento che probabilmente, grazie a questa uscita, è destinato a restare nella storia della musica moderna (e non solo); qualcosa di bellissimo e sconvolgente, qualcosa che và aldilà della normale percezione del suono e del rumore, qualcosa che rimane talmente denso da assomigliare ad una figura solida ma impalpabile al tatto. Ciò che balza di più all’orecchio ascoltando A Crimson Grail è la disarmante armonia che rende possibile il lavoro di duemila e quattrocento corde simile a quello di una sola chitarra ma amplificata all’infinito, sia per tempo che per intensità, donando all’ascoltatore una sensazione di totale e perfetta esecuzione. Un concerto di sincronia straordinaria, resa possibile dall’abilità e dal talento di un genio come Chatham; la sua capacità di controllo dello strumento è necessaria nell’intento di generare un vero e proprio magma elettrico che magicamente abbraccia gli aspetti più armonici delle partiture, disegnando scenari simili a paesaggi sconfinati. Ascoltando, non si può non guardare oltre il proprio naso; la musica è celestiale, pur nella sua maestosità, si libra nell’aria con delicatezza, riempe gli spazi filtrando qualsiasi rumore distorsivo, mantenendo potenza ed equilibrio con sconcertante costanza, raggiungendo in alcuni momenti epiche vette emotive (Part Two e Part Three) che trascinano in stati d’animo simili a quelli indotti dal training autogeno o dallo yoga. La quiete, la serenità, la consapevolezza dello spirito, la pace dei sensi, la calma e l’estasi, l’appagamento del corpo e della mente, che sembrano assuefarsi a tanta meraviglia. Tre movimenti straordinari per tornare a sognare ad occhi aperti, per apprezzare anche l’aspetto puramente armonico della musica. Un disco questo, che ha anche (e soprattutto aggiungo io) la presunzione di concettualizzare il metodo, invitando un po’ tutti ad una riflessione sul “come” sia possibile ancora oggi rendere la bellezza della musica un fatto tangibile e accessibile e non (come quasi più spesso accade) un freddo accessorio del mercato discografico. La musica è arte; A Crimson Grail esiste ed ha un senso affinchè lo si possa sempre tenere a mente. Oltre questo ascolto, c’è un orizzonte che si perde alla vista ma che è ben noto alle orecchie: più si tenta di osservare e più si gode della soavità di tali opere dell’uomo. Un disco che vi farà piangere e sognare, che vi porterà nel posto in cui avete sempre desiderato trovarvi. Lontano da qui. Immortale.
 
Set-list
 
01 – Part One
02 – Part Two
03 – Part Three

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categorie: recensioni musicali
mercoledì, 30 maggio 2007

Musica > Recensione 2007
 
Gazpacho – Night
 
Chi ha seguito i Marillion ultimamente conoscerà i Gazpacho; la band norvegese non solo ruota intorno ad Hogarth e soci (sono prodotti dalla stessa etichetta, la Intact) ma ha aperto i loro ultimi concerti, sposando quasi sfacciatamente la filosofia progressive di dischi come Brave e soprattutto Marbles. Ed è proprio a quel capolavoro di Marbles che Night sembra inevitabilmente ispirarsi, le stesse atmosfere sospese tra l’oscuro del male di vivere e la dinamicità di un'esistenza votata a cercare delle risposte. Piccoli Hogarth crescono; difatti Jan Henrik Ohme avrà anche talento, ma in quasi tutti i pezzi ( Chequered light buildings in particolar modo) mostra una somiglianza imbarazzante col più illustre collega. Detto questo, diamo ai Gazpacho i loro meriti; un concept sul rapporto tra sogno e realtà, un disco questo fortemente influenzato dall’esperienza Marillion ma che paga dazio solo nel finale (Massive Illusion risulta un po’ pretenziosa e fuori posto); ebbene si, le scritture sono originali, le esecuzioni addirittura impeccabili, le melodie assicurate e in parte affatto scontate; un disco che brilla di luce propria soprattutto grazie ai primi tre brani; il mood scatenato dall’onda sonora – ed emotiva – di Dream Of Stone, riesce ad espandersi durante l’ascolto di  Chequered light buildings  (che sembra proprio una b-side di Ocean Cloud) confluendo infine, attraverso un magnifico passaggio elettrica-acustica, in Upside Down, a mio giudizio la cosa migliore di questo album, un pezzo che richiama a molte realtà neo-prog attuali quali Anathema, Porcupine Tree, Marillion appunto ma anche Anekdothen e Opeth. Credo che dischi come questo non abbiano la presunzione di autocompiacersi bensì di dimostrare quanto sia facile e redditizio “copiare” da qualcuno più affermato e mettere insieme qualcosa di veramente buono. Di sicuro uno dei lavori new-progressive più piacevoli da quando gente come IQ e Mercury Rev hanno smesso di proliferare. Inoltre, visto che quest’anno la montagna (Marillion) ha partorito il topolino (Somewhere Else) sarà anche il caso di rifarsi le orecchie con Night, l’appendice naturale di Marbles. I Gazpacho dimostrano di non essere soltanto un gruppo spalla ma molto di più. Raccomando Night a tutti i romantici del progressive moderno che hanno ancora voglia di sognare: ascoltatelo senza pregiudizi e saprà emozionarvi.
 
Track-list
 
01 – Dream Of Stone
02 - Chequered light buildings
03 – Upside Down
04 – Valerie’s Friend
05 – Massive Illusion

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categorie: recensioni musicali
mercoledì, 09 maggio 2007

Musica > Recensione 1987
 
David Torn – Cloud About Mercury
 
Se mi dicessero: “vai su un’isola deserta, ti puoi portare solo un disco…” io porterei questo. Se è vero che la buona musica la fanno i buoni musicisti allora Cloud About Mercury è senza ombra di dubbio uno degli esempi più incontrovertibili di opera d’arte. David Torn (1953, New York) non è solo uno dei chitarristi più apprezzati dell’ultimo trentennio (collaborazioni con gente del calibro di Sylvian, Bowie, Garbarek); egli è stato un autentico visionario, probabilmente colui che più di ogni altro ha percorso le inerpicate strade del rock sperimentale, spingendosi oltre i confini del convenzionale e portandosi dietro una schiera di adepti (tra cui il grandissimo Michael Brook), dando un senso al movimento di avanguardia che poi ha trovato negli anni, zone franche soprattutto nel jazz e nella new-wave inglese. La mia storia con questo disco è davvero spietata. La prima volta che ebbi la fortuna di ascoltarlo avevo vent’anni, a casa di un amico: mi resi conto che era qualcosa di immenso, più grande di me e lontano dalla mia capacità di capire la musica (non che ora la capisca). Sfortunatamente persi di vista l’amico (e quindi anche il disco). In questi lunghissimi 14 anni ho cercato entrambi invano. Ora, finalmente, Cloud About Mercury torna da me, per non andarsene mai più. Con Torn a condividere la gloria, tre autentici mostri sacri: Mark Isham ai fiati, fondamentale compositore di jazz-elettronico, noto per le sue oscure colonne sonore, anche una nomination all’Oscar per In mezzo scorre il fiume; Tony Levin e Bill Bruford, rispettivamente al basso e alle percussioni, due che non hanno bisogno di presentazioni, 2/3 dei secondi King Crimson. Proprio loro, insieme alla geniale tromba di Isham, sono artefici di un’installazione sonora difficilmente replicabile nel tempo, in cui diverse trame ispirate al jazz, trovano forma onirica in sei, clamorose composizioni libere. Tutti contraddistinti da una sezione ritmica convulsa, a tratti allucinata, i sei movimenti strumentali accomunano il disco più ad un’opera pittorica che musicale: la natura astratta delle composizioni, la puntualità degli ingressi simili a colpi di pennello, le alternanze (tecniche) dei ritmi, le vivacità (tonalità) degli assoli, la complessità delle strutture che, ad ascolto in corso, scaturiscono visioni del tutto nuove, aprendo orizzonti immaginari molto simili a paesaggi impressionisti. Impossibile non cogliere la meravigliosa sincronia dei singoli strumenti magicamente fusi in un unica architettura, all’interno della quale, la chitarra di Torn si rende protagonista di loop ed allunghi strabilianti, di riverberi e feedback di una pulizia alienante; come il raggelante ingresso in Suyafhu Skin...Snapping the Hollow... che schianta fin da subito remore e scetticismi, proiettando l’ascoltatore oltre quella linea di confine mai oltrepassata prima. Scandagliando mondi nuovi, David Torn crea spazi e tempi irreali ma concettualmente attualissimi. Come in 3 Minutes of Pure Entertainment, massima espressione della bellezza di questo disco, momento di totale coinvolgimento emotivo; una prima parte  perversa e frenetica dentro la quale il basso di Levin è ritmica, la tromba di Isham è voce, la chitarra di Torn è accompagnamento, per un muro sonoro di autentica pazzia; innalzato quasi inconsciamente, mattone dopo mattone intorno ai singoli attori; un muro che crolla all’ingresso della batteria di Bruford con una puntualità devastante, mostrando la band nel suo insieme e in tutta la sua magnificenza, lasciando poi all’elettrica di Torn la libertà di concepire uno degli assoli più belli che abbia mai udito. Un pezzo da brividi per classe, purezza e unicità. Un disco questo, che mi terrà bloccato per un po’. Me ne starò qui buono buono, chiuso in una stanza con l'unico conforto di ascoltare Cloud About Mercury, 14 anni dopo. Ora avete due possibilità: o lo ordinate (se è possibile) sul sito ufficiale di David Torn, oppure ve lo scaricate. Questo disco non ammette scuse di nessuna natura.
 
Track-List
 
01 - Suyafhu Skin...Snapping the Hollow....
02 – Mercury Grid
03 - 3 Minutes of Pure Entertainment
04 - Previous Man
05 - Network of Sparks - Delicat Code
06 - Egg Learns to Walk...Suyafhu Seal

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categorie: recensioni musicali
lunedì, 07 maggio 2007

Musica > Recensione 2007
 
Pineapple Thief – Little Man
 
Gli 11 pezzi che compongono Little Man, il nuovo disco dei Pineapple Thief ci parlano molto di questa band inglese, praticamente sconosciuta al grande pubblico. Un disco che in parte sintetizza tutta la loro carriera ma che, nello stesso tempo, sviluppa idee nuove soprattutto riguardo le linee strumentali dei brani. Lontani dagli accenni ambient di Variations On A Dream, dagli intenti progressive di 8 Days Later; ma anche (finalmente) lontani dalle somiglianze vocali di Bruce Soord con Corgan degli Smashing Pumpkins. Oltre ad alcuni tratti subito riconoscibili (la presenza quasi costante delle acustiche e degli archi, la ricerca un po’ troppo persistente delle melodie) Soord, front man del gruppo, tenta di attirare l’attenzione sulle sezioni ritmiche; egli difatti sembra essersi dedicato particolarmente allo studio dell’incedenza dei brani, sviluppando una serie di soluzioni assolutamente nuove per i PTh. Basta ascoltare Dead In The Water, pezzo di apertura, per capire che l’album sarà fortemente contraddistinto da ritmiche simili ad energiche spallate. Il feedback qui diventa una sorta un drumming elettrico, in cui i tempi sembrano perdere una connotazione lineare; da un semplice arpeggio ad un giro frastagliato, alternando tempo e motivo. I rintocchi acustici di God Bless The Child sono una ventata di freschezza subito necessaria, accentuata da battiti di mani (soluzione presente anche su Snowdrops), un percorso ritmato che verrà ripreso in maniera differente su God Bless The Children, variazione tastieristica del tema. Splendida risulta Wilting Violet, un brano che ricorda tantissimo Climbing Up The Walls dei Radiohead, per via della sua gelida batteria, affiancata da un pianoforte assolutamente liquido, filtrata poi attraverso riverberi chitarristici e infine convogliata dentro un imbuto elettronico; pezzo cinematografico, bellissimo. Di una potenza controllata risulta Run a Mile; nei suoi 6:43, l’impianto chitarristico subisce alternanze di effetti, dedica muscoli e pensieri alla causa melodica, senza però difettare di sfrontatezza sonora. Non manca in questo disco la poesia sinfonica che da sempre contraddistingue i Pineapple Thief: da Wait a Little Man, Soord e soci continuano a tessere trame dolcissime (anche se pagano una certa ripetitività); trame che trovano in November la loro massima rappresentazione; un pezzo che proietta verso il trasformismo musicale dei Porcupine Tree, ferito continuamente da questa elettrica che si muove come un bisturi nella carne, solo in parte consolato dalla placida voce di Soord. Il battito di mani di Snowdrops, oltre ad impreziosire un brano già armonico di suo, conduce all’ultimo pezzo del disco, We Love You che nonostante la varietà delle sezioni strumentali - l’elettronica minimale ma soprattutto lo splendido trampolino che il pianoforte dona all’assolo chitarristico - convince meno per il suo cantato troppo simile a quello di Remember Us. Unico neo di una track-list che presenta davvero pochi passaggi a vuoto. Little Man racconta ancora una volta, con ammirevoli generosità e spontaneità, la storia dei Pineapple Thief, giunti probabilmente alla fase più matura della loro discografia. Una band che, se ti accontenti, qualche soddisfazione te la regala sempre.
 
Track-List
 
01 – Dead In The Water
02 – God Bless The Child
03 – Walting Violet
04 – Wait
05 – Run a Mile
06 – Little Man
07 – November
08 – Boxing Day
09 – God Bless The Children
10 – Snowdrops
11 – We Love You 

postato da: nfz alle ore 11:09 | link | commenti
categorie: recensioni musicali
mercoledì, 02 maggio 2007

Musica > Recensione 2007
 
Porcupine Tree – Fear Of A Blank Planet
 
Mi rattrista annunciarlo ma pare proprio che la morte dei Porcupine Tree sia ufficiale. Con questa ultima fatica (ah ah ah) la "mitica" band londinese interrompe la sua agonia artistica e passa a miglior vita (il che renderà migliore anche la mia). Steven Wilson deve essersi proprio bevuto il cervello. Dopo aver praticamente riscritto il progressive moderno con i suoi primi Porcupine Tree (frettolosamente vennero definiti i “nuovi” Pink Floyd), egli ha decisamente virato verso un rock (pop) più ampio del termine, meno impegnato e più melodico, stratificando il suo stile, sfruttando un numero altissimo di influenze derivanti anche dai suoi infiniti progetti paralleli, arricchendo la proposta di nuovi espedienti. Il tutto però incredibilmente a discapito delle composizioni, le quali invece di crescere di pari passo, si sono accartocciate, portando i Porcupine Tree dentro un vicolo cieco e costringendoli a ciclare sempre sugli stessi motivi. Le scelte di Wilson mi sono ormai incomprensibili, soprattutto alla luce di quanto di buono è stato fatto in passato. Da qualche tour a questa parte, la band (Barbieri, Edwin, Harrison) ha smesso di eseguire i pezzi “vecchi”, se non per promuovere furbescamente la ristampa di questo o quel disco, proprio perché un numero altissimo di fans è rimasto (ahimè) legato alla discografia della Delerium Records. Un giochetto fastidioso che ha costretto molti (me compreso) a sorbirsi il campionario di schitarrate assordanti dei Porcupine Tree di oggi. Insomma, un disastro su tutta la linea. Quello che è successo in Deadwing si è ripetuto in Fear Of Blank Planet con puntualità svizzera; un concept questo, ispirato dalle problematiche giovanili attuali quali le assuefazioni alle droghe e alla televisione. Peccato che la povertà di idee compositive sia disarmante; tutto da buttare, escludendo My Ashes (che sarebbe potuta stare benissimo su Blackfield II tanto da chiedermi: che me lo ascolto a fare sennò?), la dolce malinconia di Sentimental e la seconda parte del mattone Anesthetize (non bastava Arriving Somewhere?). Il resto è noia. Che poi non rimane granchè, vista la track-list risicata; dopo aver ascoltato Strip The Soul (In Absentia) credevo di aver toccato il fondo coi porcospini, poi è arrivata Sleep Together e mi sono dovuto ricredere: un pezzo indecente. Non indecente ma enigmatica è la partecipazione di quel monumento musicale di Robert Fripp in questo disco; i suoi soundscapes alla chiusura di Way Out Of Here intristiscono perché mi appaiono come il tentativo di abbellire un pezzo anonimo, in cui le solite schitarrate metal di Wilson appiattiscono il paatos al pari di un mattarello sulla pasta all’uovo. Ce n’era davvero bisogno? La title-track (pezzo che apre il disco) è la brutta copia di Deadwing, che già era una linea piatta, allegria. Anesthetize dura oltre 17 minuti ma non basta il minutaggio per darle un contegno progressive, tant’è che l’immancabile fase metallica di Wilson qui tocca quote impensabili. Ed ora veniamo alle note liete.
 
Track-list
 
01 – Fear Of A Blank Planet
02 – My Ashes
03 – Anesthetize
04 – Sentimental
05 – Way Out Of Here
06 – Sleep Together

postato da: nfz alle ore 15:09 | link | commenti (5)
categorie: recensioni musicali
martedì, 24 aprile 2007

Musica > Recensione 2007
 
Marillion – Somewhere Else
 
Destinati alla gloria e alla polvere, la critica non ha mai conosciuto mezze misure nel giudicare i dischi dei Marillion. Nati nel 1978 intorno al front-man Fish (Derek W. Dick), la band britannica tentò di impossessarsi dello scettro fatalmente abbandonato dai Genesis orfani di Peter Gabriel. E in parte ci riuscì, fino a quando – per incomprensioni col resto della band – Fish abbandonò il progetto nel 1988; frettolosamente sostituito da Steve Hogarth, che diventò negli anni a venire, croce e delizia del gruppo, Fish lasciò un ricordo talmente indelebile nell’immaginario dei fans che ancora oggi viene considerato il vero leader dei Marillion. E infatti Hogarth, che si assunse l’onere delle scritture, spaccò inevitabilmente in due il seguito. Il suo più grande merito fu quello di traghettare i Marillion dalla realtà progressive (che stava necessariamente scemando) attraverso un brillante alt-rock d’autore, fino al moderno new-prog attuale. Capolavori assoluti come Clutching At Straws(1987), Brave (1994) e Marbles (2004) ma anche terribili flop commerciali come The Strange Engine (1997) e sputtanamenti mediatici come marillion.com (1999). I Marillion sono forse la band che nella scena rock moderna hanno espresso meno di quanto le loro potenzialità potessero far sperare. Nonostante questo, ancora oggi, a distanza di trent’anni, un moto di orgoglio muove Hogarth e compagni verso l’esplorazione dei territori progressive, anche se le metodologie rischiano di essere fortemente discutibili. Ed arriviamo così a Somewhere Else, un disco che devo dire, anche se alla fine risulterà un po’ annacquato, qualche attenuante ce l’ha; principalmente il fatto di posizionarsi all’ombra dello splendido Marbles che ha riportato i Marillion alla ribalta della scena new-prog europea dopo una crisi (artistica e finanziaria) profondissima. Inoltre va ricordato che questo è il quattordicesimo album studio della band, un numero impressionante, un impegno musicale davvero straordinario, che, qualche dazio compositivo doveva pur pagarlo. L’impressione è che l’estremo sforzo sia stato compiuto con Marbles e che ora i Marillion siano indirizzati verso un fisiologico rilassamento e per certi versi appagamento. La critica, in contrapposizione alle vendite, l’ha accolto con freddezza; che in parte condivido, perché è impossibile che la band abbia smarrito i buonissimi propositi messi in pratica sul disco precedente. Il vero tallone d’achille di questo album credo sia la produzione; le idee ci sono ma non sono state sviluppate abbastanza per come un artista della portata di Hogarth avrebbe potuto e dovuto fare. Propositi che risultano sbiaditi, fatalmente rannicchiati in composizioni troppo brevi e descrittive, orfane di quella ricerca strumentale (anche per mancanza di minutaggio) che in passato, più di una volta, ha fatto brillare la stella di Steve Rothery (chitarre), membro fondamentale di questo gruppo. Due spanne sotto Marbles dunque, anche se qualcosa bisogna salvare, come le affascinanti sezioni orchestrali di The Other Half, le disgressioni elettriche (davvero accennate) di Thank You Whoever You Are, il placido srotolarsi di Somewhere Else, forse il pezzo migliore perché il più vicino alle atmosfere magiche di Marbles; lo stesso Hogarth qui ritrova quella capacità di coinvolgimento emozionale massimamente espressa in Ocean Cloud, e che in questo disco purtroppo manca. Poco, troppo poco per giustificare brani oggettivamente brutti come Most Toys e See It Like A Baby, controversi come The Wound e The Last Century For Man (l’assonanza a Coldplay e Radiohead è più di una sensazione), noiosi come Faith, che non ho difficoltà a definire una “lagna”. Invisible Man e Neverland sembrano di un’altra generazione, eppure sono trascorsi solo tre anni. Possibile? Possibile, quando di mezzo ci sono i Marillion, che mantengono inalterato tutto il fascino della band progressive ma deludono spesso al momento di concludere. Difficile credere in un ulteriore colpo di reni; dovremo quindi accontentarci di Somewhere Else, senza però privarci della consolazione di una discografia generosa.
 
Somewhere Else
 
01 – The Other Half
02 – See It Like A Baby
03 – Thank You Whoever You Are
04 – Most Toys
05 - Somewhere Else
06 – A Voice From The Past
07 – No Such Thing
08 – The Wound
09 – The Last Century For Man
10 – Faith

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mercoledì, 18 aprile 2007


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